Museo dell’omeopatia

dicembre 19, 2014

Museo dell’omeopatia

Intervista al Prof. Francesco Eugenio Negro

Pubblicata su Medicina Naturale edizioni Tecniche Nuove
http://www.fondazionenegro.it

MUSEO DELL’OMEOPATIA
Roma Piazza Navona 49

a cura di Osvaldo Sponzilli

Professor Negro da cosa nasce l’idea di creare un museo dell’Omeopatia?

In verità bisogna andare indietro negli anni, alla mia infanzia, alla mia formazione medica e a mio padre Antonio Negro. Del resto se l’omeopatia si è diffusa in Italia lo dobbiamo a lui che fin dall’età di 8 anni, nella sua città natale Alassio, veniva curato dal Dottor Biscella, un medico che aveva studiato al prestigioso Hahnemann Hospital di Philadelphia. Ed è proprio la vicinanza con questo medico che fece sì che mio padre si addentrasse nello studio dell’omeopatia coniugandola con la medicina costituzionalista di Nicola Pende di cui fu assistente per diversi anni.  

Dobbiamo comunque risalire al 1991 quando decisi di  creare la “Fondazione Negro” allo scopo di diffondere lo studio dell’Omeopatia e dell’individualità della persona umana attraverso varie attività scientifiche e culturali a cui seguirono incontri, convegni, pubblicazione di testi, raccolte e conservazione di libri e documenti fino alla realizzazione di un vero e proprio archivio storico che prenderà forma nel 2007. La sede in questi locali è come noto legata al fatto che qui mio padre ha svolto gran parte della sua missione medica dal 1953 al 2003. è qui che nacque l’Accademia di Medicina Omeopatica (AIMO) e quindi questa può definirsi l’indiscussa sede storica dell’Omeopatia moderna in Italia.

Come è organizzato il museo e quali sono i pezzi più importanti?

Una grande sezione di oltre 8000 testi costituisce la biblioteca storica specializzata dell’omeopatia con una ricca collezione di libri di Omeopatia (in lingua italiana, tedesca, francese, inglese, spagnola). Di particolare rilievo la sezione hahnemanniana con rare prime edizioni e la sezione italiana antica relativa ai volumi editi in Italia nell’800, oggetto di una monografia scientifica curata dal Museo.

Tra i libri,  molti testi  del Cullen da cui Hahnemann ebbe l’intuizione del principio omeopatico attraverso la lettura degli  effetti della china sugli operai che lavoravano questa sostanza, altri di Quarin, medico dell’imperatrice Maria Teresa, che introdusse  Hahnemann all’università e lo fece accedere alla biblioteca privata del barone von Brückenthal dove potè  approfondire  studi su Paracelso e Ermete Trimegistro.  A quei tempi se non si avevano conoscenze illustri o se non si disponeva di molto denaro era difficile accedere alla cultura ed Hahnemann non disponeva di risorse economiche.

Ancora: abbiamo testi di Christoph Wilhelm Hufeland, che ebbe rapporti con Hahnemann, scienziato che insegnava all’università di Jena in cui insegnava Georg Wilhelm Friedrich Hegel. Hegel scrive nel  suo trattato sulla natura un capitolo a favore della medicina omeopatica.

Abbiamo anche documentazione sui rapporti tra Hahnemann e Lavoisier a Dresda. Non dimentichiamo infatti che Hahnemann fu un grande chimico classificato al 15° posto tra i medici dell’epoca come  documentato nel nostro archivio storico.

Inoltre sono presenti  nel museo Archivi privati di medici omeopatici dell’800 e ‘900, giunti per donazione o affidamento (Archivio Pompilj, Archivio Tosi, Archivio Galatzer, Archivio Negro), nonché  una ricca raccolta di Memorabilia e Documenti relativi alla medicina omeopatica dell’800 e del ‘900.

Abbiamo inoltre raccolto una collezione di oltre 200 esemplari di Trousse di medicinali omeopatici divisi per nazione che può considerarsi la più importante tra quelle note, pubbliche o private. Ma soprattutto vorrei sottolineare che questo museo vuole dare al visitatore uno spaccato trasversale dell’omeopatia e di ciò che c’è intorno all’omeopatia. Per questa ragione abbiamo raccolto, ad  esempio, francobolli che i vari Stati hanno emesso sull’omeopatia e parallelamente timbri e cartoline postali, tra cui una lettera indirizzata a Marilyn Monroe affrancata con un francobollo brasiliano che ritrae Hahnemann. Ovviamente questo non ci dice che la nota attrice si curasse con l’omeopatia, ma semplicemente testimonia la popolarità in Brasile dell’omeopatia. Altrettanto dicasi per i timbri postali e le cartoline  postali: solo per gli USA  abbiamo 250 cartoline di altrettanti  ospedali omeopatici.

Ci sono delle cose particolari che ci vuoi illustrare?

Ce ne sono diverse: in questa prima sala abbiamo esposto lettere e manoscritti di Hahnemann e perfino le sue posate  in argento ed un colino per il the che il grande maestro utilizzava a Parigi.

Sopra appesa al muro, incorniciata in due grandi quadri, una singolare materia medica dell’800, di Rückert, che ricorda un papiro: è scritta in orizzontale con su una colonna verticale i rimedi e su quella orizzontale i vari sintomi ed apparati interessati.

Altre curiosità sono gli inalatori di varia forma e provenienza che servivano per assumere i rimedi per via aerea.

Degna di nota la trousse della Zarina Aleksandra Fëdorovna Romanova uccisa a Katerinenburg. Nonché altre rare Trousse con contenitori in vetro di murano.

Ancora un editto di divieto ad esercitare l’omeopatia in Austria del 1819, di cui voglio raccontare la storia: Il vincitore della battaglia delle nazioni il principe di Schwarzenberg si ammala gravemente e da Vienna decide di andare a Lipsia per farsi curare da Hahnemann. Dopo le cure migliora notevolmente e quindi il professor Clarus  medico di corte invita  Hahnemann a Vienna per poter ricevere lezioni di omeopatia. Per tutta risposta sembra che Hahnemann abbia scritto: “venga lei a Lipsia se vuole che io gliela insegni”, da qui la vendetta di vietare l’omeopatia in Austria. Negli anni 30 l’omeopatia tornerà di prepotenza in Austria con l’avvento del colera. Il tramite, per questo rientro dell’omeopatia in Austria, fu il canonico Weit che si rendeva conto che solo con l’omeopatia si poteva evitare un’ecatombe generale. Infatti nelle cronache dell’epoca su 100 malati di colera curati con l’omeopatia ne guarivano 80, l’inverso di quanto accadeva con la medicina ufficiale.

Sempre in tema di colera interessante è la vetrina del colera a Roma e del “medico piommatico”, come lo apostrofava il Belli nei suoi versi irriverenti, e dell’ Ospedale Omiopatico promosso da Monsignor Canali. Siamo nel 1837, è l’epoca di papa Gregorio. I papi danno il permesso ai gesuiti di preparare i rimedi omeopatici in assenza dei farmacisti che non erano in grado di farli. Il primo Ospedale a Roma a preparare i rimedi omeopatici in quei tempi fu il Fatebenefratelli dell’Isola Tiberina.

Con la scomparsa del colera scompaiono anche gli ospedali “piommatici”, ma i Papi rimangono molto legati all’omeopatia tanto da affidare una condotta omeopatica al dottor Mattoli e una cattedra omeopatica al dottor Mengozzi.

Altra curiosità è che proprio il Mengozzi aveva rapporti epistolari con Darwin il quale studiando una pianta carnivora aveva verificato che questa presentava una percezione verso gli insetti molto vicina alle dosi infinitesimali e quindi si chiedeva se veramente l’omeopatia non potesse essere dimostrata. Quindi un materialista come Darwin in qualche modo era rimasto affascinato ed incuriosito dall’ultradiluito.

Sempre per rimanere legati ai papi bisogna ricordare che  Leone XIII fu curato da professor Ladelci a cui venne poi affidata una cattedra di fitofarmacologia in Vaticano. Lo stesso riceverà la stessa onorificenza che ha avuto mio padre: “Commendatore dell’ordine di San Gregorio Magno”,  la massima onorificenza data ai laici da un Pontefice. Per arrivare più vicini a noi, mio padre fu consultato dagli Archiatri di Pio XII e Paolo VI per cure omeopatiche.

Ancora una curiosità è questa foto del giorno di laurea delle infermiere omeopatiche  dell’Hahnemann Hospital di Philadelphia con, in questa bacheca, i carnet di ballo di quella festa. L’ospedale esiste ancora con il nome di Hahnemann e la sua statu, ma non si fa più omeopatia.

Dicevi prima che una larga parte del museo è sull’omeopatia in Italia, ma come arriva l’omeopatia in Italia?

Se vediamo qui, in questa teca dedicata all’Italia, possiamo rivivere la storia della diffusione dell’omeopatia che parte proprio dalla nostra nazione.

Anche se una rivista napoletana del 1820 parla di belladonna a dosi omeopatiche è solo nell’anno successivo che  in Italia inizia a diffondersi il metodo attraverso le truppe borboniche chiamate dagli austriaci che devono far fronte alle rivolte, la maggior parte dei medici di queste  truppe sono omeopatici.

A Napoli iniziano quindi le prime sperimentazioni sull’omeopatia, ed escono le traduzioni della materia medica in italiano (tutte le prime edizioni sono conservate nel museo). Abbiamo tre testi del 1824 di cui una del prof. Quaranta.

Ed ecco il paradosso di quel momento storico: il medico italiano che voleva praticare l’omeopatia si trovava ad avere a che fare con la medicina dell’occupante, quindi lui carbonaro rivoluzionario doveva lottare da una parte con l’invasore che portava il nuovo metodo e dall’altra contro l’Accademia Medica che era contraria per questione di principio.

È opportuno precisare che le avversioni al metodo omeopatico in Germania, in Austria, così come in Italia non erano sul metodo della diluizione ma esclusivamente di principio. Si contestava l’individualità della cura ed il nuovo rapporto medico pazient. Infatti in quel periodo Avogadro – ed il suo principio della dispersione delle molecole dei gas  che potrebbe far supporre l’impossibilità di trovare molecole nelle diluizioni omeopatiche – era stato totalmente ignorato: verrà riconosciuto da   Cannizzaro solo nel 1859.

Ricordiamo che Hahnemann comincia a diluire nel 1816, ma l’attacco all’omeopatia inizia nel 1796. Quindi l’attacco è sul diverso principio metodologico di visita e di rapporto medico paziente e non di certo sulla diluizione.

Ma torniamo alla diffusione dell’omeopatia in Italia ad opera dell’esercito borbonico ed ai medici carbonari italiani.

Il dottor De Guidi, medico carbonaro italiano che risiedeva a Lione, porta la moglie a Pozzuoli per una cura termale e conosce De Oratiis e Romani, due medici di corte, ed ha modo di apprezzare la validità dell’omeopatia  cosìcchéna, tornando a Lione, scrive una lettera di invito ai medici francesi a studiare l’omeopatia.

De Oratiis accompagnerà poi il Re in Spagna per lo sposalizio della figlia e porterà lì l’omeopatia.  In Spagna a Madrid in un ospedale c’è un museo dell’omeopatia spagnola che fa riferimento appunto al Dr De Oratiis.

Quindi l’omeopatia parte dalla Germania attraversa l’Austria e  arriva in Italia e da qui in Spagna e in Francia.

Altro personaggio italiano è Benedetto Mure nato a Nizza, a quei tempi italiana che porterà poi l’omeopatia in Egitto ed in Brasile.

Quindi la diffusione dell’omeopatia parte dallo Stato Borbonico e dall’Italia che diviene il fulcro di esportazione verso Francia, Spagna, Africa ed America Latina. Solo l’Inghilterra seguirà un altro percorso con Quin che aveva appreso l’omeopatia direttamente da Hahnemann.

Hai parlato dell’Hahnemann Hospital di Philadelphia, ma come è arrivata l’omeopatia negli Stati Uniti?

Nel 1821 viene portata l’omeopatia in America esattamente a New York da medici tedeschi ed olandesi. Contro  di  loro  si  schierano i medici locali che costituiscono l’American Medical Association (AMA) tutt’ora esistente. L’avversione era tanto forte che durante la guerra di secessione viene convinto Lincoln a escludere i medici omeopatici dalla guerra. Unica eccezione è per il nipote di Benjamin Franklin, medico chirurgo omeopata. A New York c’era un numeroso gruppo tedesco di omeopati quindi circolavano testi solo in latino e tedesco. Il gruppo era talmente grande che si svolse un referendum per ufficializzare una delle due lingue, la tedesca o l’inglese. Per pochissimo vinse quella inglese. Si cominciarono così a tradurre i libri in inglese e l’omeopatia si diffuse in tutta l’America. Per contrastare l’omeopatia e dimostrarne l’inutilità i medici americani chiamarono dalla Germania il Dottor Costantin Hering che però si appassionò così tanto al metodo omeopatico da divenire uno dei più grandi diffusori dell’omeopatia negli USA. A lui  successe James Tyler Kent e nacquero oltre 200 ospedali omeopatici in tutto il paese.

Ma esistono musei simili nel mondo?

Questo Museo è l’unico del suo genere in Italia e gode della promozione del Ministero dei Beni Culturali  (che ha notificato una parte delle collezioni).  In Europa ne esiste un altro, presso l’Istituto di Storia della Medicina di Stoccarda – Fondazione Bosch, che conserva le opere manoscritte di Samuele Hahnemann (1753 – 1834), padre dell’Omeopatia, avute da una donazione Haehl.

Quali sono i progetti futuri?

Ovviamente la ricerca di sempre nuovo materiale. Infatti altri archivi saranno prossimamente affidati da privati al Museo. Ma soprattutto vogliamo che questo diventi un punto di riferimento, di studio e di ricerca. Una sede in cui fare riunioni, approfondimenti, un luogo di libero accesso per gli studiosi della materia e per il pubblico.