da Le scienze 8-05-2020
di David Cyranovski/Nature

Nel 1912, alcuni veterinari tedeschi si interrogavano perplessi sul caso di un gatto febbricitante dall’enorme ventre rigonfio. Oggi si pensa che quello sia stato il primo esempio riportato nella letteratura scientifica della capacità dei coronavirus di debilitare le proprie vittime. A quei tempi i veterinari non lo sapevano, ma c’erano anche coronavirus che causavano bronchiti nei polli, e una malattia intestinale che uccideva quasi tutti i porcellini sotto le due settimane di età.

Il collegamento fra questi agenti patogeni fu scoperto solo negli anni sessanta, quando in Gran Bretagna e negli Stati Uniti alcuni ricercatori isolarono due virus che provocano il raffreddore comune negli esseri umani e che sono dotati di strutture di forma simile a una corona. Gli scienziati notarono ben presto che i virus identificati negli animali malati avevano la stessa struttura ispida, costellata di protuberanze proteiche spinose, o spicole. L’aspetto al microscopio elettronico somiglia a quello di una corona solare, e per questo i ricercatori coniarono, nel 1968, il nome “coronavirus” per l’intero gruppo

Era una famiglia di assassini particolarmente dinamici: il coronavirus dei cani era capace di far ammalare i gatti, e quello dei gatti di devastare l’intestino dei maiali. I ricercatori hanno creduto che negli esseri umani i coronavirus causassero solo sintomi blandi, finché un focolaio epidemico di una grave sindrome respiratoria acuta (SARS) non ha rivelato, nel 2003, la facilità con cui questi versatili virus possono uccidere le persone.

Adesso, mentre sale il tributo di morti imposto dalla pandemia di COVID-19, i ricercatori si affannano a scoprire tutto il possibile sulla biologia del più recente dei coronavirus, SARS-CoV-2. Il suo profilo si sta già delineando. Gli scienziati stanno capendo che in questo virus si è evoluta una serie di adattamenti che lo rendono assai più letale degli altri coronavirus fin qui incontrati dall’umanità.

A differenza dai suoi parenti stretti, SARS-CoV-2 può attaccare facilmente le cellule umane in più punti, e prende a bersaglio soprattutto i polmoni e la gola. Una volta entrato nel corpo, il virus si avvale di un diversificato arsenale di molecole dannose. E i dati genetici fanno pensare che se ne sia stato nascosto in natura forse anche per decenni.

Ma ci sono molti aspetti cruciali ignoti di questo virus, come il modo esatto in cui uccide le vittime, se evolverà in qualcosa di più – o meno – letale e cosa può rivelare sulla prossima volta che si farà vivo un membro della famiglia dei coronavirus. “Ce ne saranno altri; o sono già in giro là fuori, o si stanno formando”, dice Andrew Rambaut, che studia l’evoluzione dei virus all’Università di Edimburgo.

 

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