Ortensie per la cura di malattie autoimmuni

Posted by on Aprile 16, 2014

Ortensie per la cura di malattie autoimmuni

L’estratto della radice dell’ortensia, del genere Hydrangea, che cresce in Tibet e in Nepal, nota con il nome di Chang Shan è stata utilizzata per secoli nella cura della malaria dalla medicina cinese.
Studi recenti hanno mostrato che l’alofuginone, un composto derivato da questo estratto, potrebbe essere utilizzato per trattare le patologie autoimmuni.

Ora i ricercatori della Harvard School of Dental Medicine hanno scoperto i segreti molecolari alla base dell’efficacia di questo estratto fitoterapico. Grazie ai loro studi, i ricercatori hanno dimostrato che l’alofuginone (HF), un composto derivato da questo estratto, innesca un cammino biochimico in grado di bloccare lo sviluppo di una potente classe di cellule immunitarie denominate Th17.

“L’HF inibisce in modo selettivo la risposta immunitaria senza deprimere il sistema immunitario nel suo complesso”, ha spiegato Malcolm Whitman, professore di biologia dello sviluppo della Harvard School of Dental Medicine e autore senior di questo nuovo studio. “Questo composto potrebbe ispirare nuovi approcci terapeutici a un’ampia gamma di disturbi autoimmuni”.

http://www.nature.com/nchembio/journal/v8/n3/full/nchembio.790.html

Una precedente ricerca aveva mostrato che l’HF è in grado di ridurre la fibrosi dei tessuti e attenuare i sintomi di patologie autoimmuni come la sclerodermia o la sclerosi multipla, e anche la progressione dei tumori.

“Da quella ricerca nacque l’ipotesi che l’HF potesse agire sui cammini di segnalazione dotati di numerosi effetti a valle”, ha aggiunto Keller. Grazie agli studi che Keller e colleghi avviarono successivamente si arrivò nel 2009 a dimostrare come l’HF riesca a proteggere l’organismo dalle pericolose cellule Th17, coinvolte in numerosi disturbi di origine autoimmune, senza peraltro influenzare in modo apprezzabile l’azione benefica di altre cellule immunitarie.

I ricercatori scoprirono in particolare che piccole dosi di HF erano in grado di ridurre la sclerosi multipla nel modello murino e avanzarono perciò l’ipotesi che la stessa sostanza potesse rappresentare il primo esempio di una nuova classe di farmaci in grado di inibire selettivamente le patologie autoimmuni senza diminuire l’efficacia del sistema immunitario nel suo complesso.

Ulteriori analisi hanno successivamente permesso di chiarire che l’HF era in grado di attivare in qualche modo l’espressione di geni coinvolti in un nuovo cammino biochimico, denominato cammino di risposta amminoacidica, o AAR, cruciale nella regolazione della risposta immunitaria così come nella segnalazione metabolica.

In quest’ultimo studio, i ricercatori sono riusciti a individuare il ruolo in quel cammino di un singolo aminoacido denominato prolina e hanno scoperto che l’HF è in grado di inibire un particolare enzima tRNA sintetasi denominato EPRS, responsabile dell’integrazione della prolina in altre proteine.

Gli autori dello studio ritengono che proprio la precisione con cui è stato individuato il ruolo dell’HF possa aprire la strada a nuove sperimentazioni farmacologiche per un’ampia gamma di disturbi.